"I RICORDI DI LUIGI BONOTTO. IMPRENDITORE MECENATE"

Corriere della Sera. 10 Settembre 2011

AUDIOGUIDA

di Giorgio Rozza.


«Le mie città piene di sogni in compagnia di Yoko Ono»
L’industriale tessile di Molvena continua a portare avanti le idee di Fluxus, la corrente artistica fondata negli anni 60.

Si fa fatica a trovare l’impresa tessile di Luigi Bonotto a Molvena, paesino sperso nelle campagne del vicentino. E quando la si trova non sembra affatto un’azienda. I laboratori sono dietro, nascosti alla vista dei visitatori. Ciò che si scorge è una bella villa rustica che nel patio presenta già, a un occhio attento, le due passioni del suo proprietario. Un vecchio telaio in legno degli inizi del Novecento e una testa di cavallo in marmo bianco firmata Yoko Ono. Bonotto è un personaggio come ce ne sono pochi, occhiali dalle stanghette rosse e orologio della stessa tinta, ricci canuti e aria gentile. È uno dei maggiori mecenati internazionali del movimento artistico Fluxus, ammesso che Fluxus possa essere ristretto e circoscritto nel termine «movimento».

Da bambino suo padre, che già si occupava di tessuti, lo portava a vedere Giotto e i maestri antichi, da adolescente, come per una logica conseguenza, la passione di Bonotto, che intanto inizia a occuparsi attivamente dell’azienda tessile, si sposta verso gli impressionisti e le avanguardie. Ma l’astrattismo, che gli sembrava il massimo delle possibilità concettuali dell’arte, perde interesse quando Luigi inizia a frequentare le Biennali di Venezia, dove ha modo di scoprire l’informale e affezionarsi a Vedova, Burri, Christo e Fontana che, come dice, «mi hanno letteralmente aperto la mente». Durante una serie di viaggi conosce John Cage, fondatore di Fluxus insieme a Maciunas e Robert Rauschenberg. Siamo all’inizio degli anni Sessanta. «Gli Stati Uniti d’America avevano fatto una precisa scelta – racconta. Imperava la pop art con il suo mito del prodotto industriale, mentre gli artisti di Fluxus erano gli "amici cattivi", così poco inquadrabili con le loro elaborazioni concettuali, dove più che l’opera contava l’idea e la sua comunicazione. Non a caso, tuttora la pop art è conosciutissima, al contrario di Fluxus che è amato soltanto dagli addetti ai lavori».

Di questo network di artisti chi l’ha più coinvolta? Bonotto non ha esitazioni: «John Cage, Joseph Beuys, Ben Vautier». Ma non era solo questo mecenate vicentino a viaggiare per incontrare i suoi beniamini (a Milano si fece una memorabile partita a scacchi con Marcel Duchamp), erano anche gli artisti che si insediavano per buona parte dell’anno nella sua casa e nei suoi laboratori per creare. E tante opere sono rimaste lì, nella casa-azienda di Molvena. Ecco allora che al centro della sala riunioni c’è un grande tavolo rotondo di vetro di Milan Knizak che contiene riproduzioni di oggetti di uso comune come una caffettiera o una macchina da scrivere. E alla parete c’è un’irriverente interpretazione del Buon Pastore di Daniel Spoerri. Ricorda Bonotto: «Io lasciavo agli artisti la giusta quiete per lavorare durante la giornata e alla sera si parlava di tutto fino a notte inoltrata. Anche Yoko Ono è stata qui nel 2009 e, su idea comune, abbiamo tappezzato molte città italiane di un semplice pannello con la scritta Dream». Agli artisti di Fluxus non interessava la galleria, ma le idee sempre più libere, le contaminazioni fra gli stili, l’esplorazione di campi che fino a quel momento non erano stati considerati artistici.

Enorme l’archivio di Bonotto: in parte fa mostra di sé tra i mobili aziendali, in parte è imballato, un po’ è a casa dei figli. Ed è davvero interessante la scelta che Bonotto ha fatto di voler catalogare tutto quello che ha mettendolo online in un ricchissimo sito che si chiama www.archiviobonotto.it. Il sito è in progress ma ci sono già molti profili biografici degli artisti, le foto delle loro opere, le loro musiche, i loro video. Ma non finisce qui. Sono in corso altre iniziative artistiche e altre ancora ne verranno. «Fluxus iniziò negli anni Sessanta e finì verso la fine degli anni Settanta, imiei sono ricordi di un anziano – commenta sorridendo fra il clangore dei telai e il viavai dei dipendenti che portano su e giù le trame e gli orditi coloratissimi – eppure continuiamo a portare avanti quelle idee. Abbiamo organizzato una mostra su Joseph Beuys con manifesti, video, performance, libri, poster. Per ora è stata presentata in Brasile e in Messico, ma dovrebbe arrivare anche in Europa, in Austria e forse anche in Italia. Io lo spero».

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